Crocifisso: proposta Chiti-Ceccanti

novembre 27th, 2009 by andcat

Vannino Chiti

Vannino Chiti

Prosegue il dibattito intorno alla sentenza della corte di Strasburgo che imporrebbe all’Italia la rimozione dei crocifissi dalle aule scolastiche.

Un’agenzia di stampa Asca diffusa ieri (26 novembre) riferisce di un disegno di legge che i senatori PD Chiti e Ceccanti starebbero elaborando per risolvere la questione ‘crocifisso’.

Il DDL sarebbe finalizzato a colmare il vuoto legislativo che, nell’ottica dei due senatori, avrebbe prodotto la frizione tra Italia e Corte Europea conseguente alla sentenza di Strasburgo. La presenza del crocifisso nelle aule scolastiche non è, infatti, sancita da un’apposita legge, ma da un articolo contenuto in un provvedimento del 1924 (R.D. 965, art.118) e da un regolamento riguardante l’arredo delle classi scolastiche (R.D. 1297, art. 119 e relativa Tabella C).

Pare che il disegno di legge di Chiti e Ceccanti, teso ad escludere una soluzione sul modello franco-turco - i.e. divieto di affissione di qualsiasi simbolo religioso - sia motivato dall’impressione, maturata negli ambienti di centrosinistra, di un difficile accoglimento del ricorso del Governo italiano da parte della corte europea.

Il senatore Stefano Ceccanti, in particolare, aveva espresso in modo netto le sue perplessità sulla memoria presentata in ricorso dal Governo italiano in un articolo pubblicato il 4 novembre scorso sul sito del Partito Democratico: “La memoria del Governo italiano nel caso del crocifisso è una memoria suicida, analoga a quella dell’avvocatura dello Stato sul lodo Alfano. Quando un Paese perde all’unanimità davanti alla Corte di Strasburgo, al di là del giudizio di merito sulla sentenza stessa, bisogna anche chiedersi se ha presentato bene le sue ragioni.” Prosegue Ceccanti: “La memoria è suicida perché usa come argomento chiave di fronte a una Corte quello che è un argomento di rapporti di forza politici: ‘la necessità di trovare un compromesso con i partiti di ispirazione cristiana’ (n. 42 della sentenza), come a dire che la norma sarebbe illegittima ma che è necessario mantenerla per ragioni politiche. Argomento confutato infatti in modo netto e agevole dalla Corte (n. 56 della sentenza). Al Ministro Alfano - continua Ceccanti - ho chiesto chi abbia prodotto tale memoria suicida per conto del governo. Ma Alfano mi ha risposto di non saperlo”.

Al centro del presunto DDL Chiti-Ceccanti starebbe una formula analoga a quella proposta dalla Corte Costituzionale della Baviera: in sostanza pare che l’idea sia di far leva sull’autonomia decisionale e gestionale degli istituti scolastici, con conseguente possibilità, per gli istituti, di mantenere il crocifisso nelle aule. A questa possibilità andrebbe ad affiancarsi una normativa di riferimento per risolvere eventuali conflitti caso per caso.

Vale la pena di ricordare che la menzionata sentenza della Corte Europea ha registrato fin dalla sua ufficializzazione una sostanziale ostilità bipartisan nei nostri ambienti politici.

Dal giorno della sua pronuncia, contro la sentenza si sono espressi tanto esponenti del Governo e della maggioranza (da Berlusconi a Fini passando per il Presidente del Senato Schifani e i ministri Alfano e Gelmini) quanto esponenti dell’opposizione (dall’attuale segretario Bersani all’ex Veltroni, oltre, naturalmente i già citati Chiti e Ceccanti).

Né si deve commettere l’errore di ridurre la querèlle relativa al crocifisso ad una questio cattolica, al più a una diatriba giuridica tra lo Stato italiano e l’organismo sovranazionale europeo incarnato, in questo caso, dalla Corte.

Se lo scorso 18 novembre è stato il Dalai Lama Tenzin Gyatso - nel corso della sua visita a Roma e presso il Parlamento - a bocciare la decisione della Corte sostenendo che sia “di fondamentale importanza mantenere le proprie tradizioni e l’Italia ha un retroterra cristiano e cattolico. Quindi mantenere la tradizione del crocifisso nella aule scolastiche è importantissimo”, pochi giorni prima era stata la volta dei massimi esponenti della Chiesa Ortodossa Greca schierarsi contro la sentenza.

Il 15 novembre scorso il Primate della Chiesa Ortodossa greca, l’arcivescovo di Atene Ieronimo II ha annunciato la riunione di un sinodo straordinario per definire una strategia comune contro la sentenza sul crocifisso. La Chiesa ortodossa sarebbe infatti preoccupata per quello che potrebbe rappresentare un precedente giuridico anche per la Grecia. L’arcivescovo Ieronimo ha affermato che i giudici che hanno emesso la sentenza paiono ignorare “il ruolo del cristianesimo nella formazione dell’identità europea”, per concludere affermando che “non sono solo le minoranze ad avere diritti, i diritti sono anche delle maggioranze”.

“La Presa di Roma”, Claudio Cerasa, BUR 2009

novembre 23rd, 2009 by andcat
Cerasa, La Presa di Roma - Frontespizio

Cerasa, La Presa di Roma - Frontespizio

Se non l’avete letto, leggetelo. Se non ne avete mai sentito parlare, andate a cercarlo in libreria e poi compratelo e poi leggetelo. Ne vale la pena.

Cerasa è un bravissimo (e giovanissimo: appena 27 anni) giornalista de Il Foglio. In genere si occupa di politica, ma non disdegna la cronaca. Ha scritto, prima di questo, un libro sulla vicenda di Rignano Flaminio (presunto caso di pedofilia in ambiente scolastico) dal titolo “Ho visto l’uomo nero” (Castelvecchi, € 14,00).

Sebbene sia un bel volumetto di duecento pagine abbondanti, La Presa di Roma si lascia buttar giù tutto d’un sorso. Letto in meno di due giorni. La prosa è chiara, limpida, di ottima qualità, nonostante qualche asperità da imputare con ogni probabilità alla giovane età dell’autore che, pure, è già giornalista esperto. E sgamato, anzi, sgamatissimo. La documentazione è più che solida. Le idee espresse brillanti. In alcuni casi verrebbe voglia di fare un applauso e, all’occorrenza, segnarsi di offrire all’autore un bicchiere ‘di quello buono’, se mai capitasse di incontrarlo.

Ce n’è di cose in questo piccolo grande libro.

C’è, in primis, tutto un fascio di proprietà, di marche semantiche giornalistiche che per una volta mi concederò il lusso di definire con una sola parola: serietà. Cerasa non si lascia prendere la mano, a differenza di tanti colleghi celebri e celebrati non si lancia in requisitorie accalorate da tribuno della plebe, non assume il piglio caratteristico del moralizzatore di turno. Si limita a fare il suo mestiere, e lo fa bene.

Analizza con attenzione le ragioni della débacle della precedente amministrazione alle Comunali 2008, e quelle della conseguente ascesa della nuova, a partire dalla costruzione del consenso nelle aree periferiche della Capitale, abbandonate a sé stesse dalla giunta Rutelli prima e da quella Veltroni poi.

Si misura con la cronaca e il concetto cardine elettorale della ’sicurezza’, sia nella sua dimensione reale che in quella ‘percepita’.

Concede ampi spazi alla descrizione (dettagliatissima) del ‘Modello Roma’ rutelliano-veltroniano e dei suoi padri putativi: Goffredo Bettini e Gianni Letta. E poi studia con interesse la rete di poteri che nasce dall’economia capitolina e che è la linfa vitale dell’amministrazione (eccellenti i passaggi sull’Ama e Manlio Cerroni, sui valzer delle nomine nelle municipalizzate, sulle necessità e abilità alemanniane nel ritessere i rapporti ormai logori con quei centri di potere che avevano costituito le chiavi di volta della longevità amministrativa del centrosinistra: imprenditori, palazzinari, tassisti et cetera).

C’è, infine, una lucida indicazione di percorso. Quella che individua proprio in Alemanno il potenziale successore di Berlusconi nelle vesti di leader del centrodestra.

In poche parole: di roba ce n’è tanta, e tutta merita attenzione.

Detto senza pudore: questo libro è un gioiellino.

***

P.s. Al sottoscritto, che in zona limitrofa è nato e cresciuto e ci vive, sarebbe bastato il primo capitolo, quello su Ponte di Nona e le radici del malessere periferico, per dare al libro il massimo dei voti con lode. Amen.

Cani e padroni di cani.

aprile 17th, 2009 by andcat

Pare sia andato in onda, ieri sera, quello che idealmente potremmo considerare l’ultimo episodio della telenovela “Vauro”, che tanto ha appassionato i telespettatori italiani. Meglio così. Al sottoscritto, francamente, non capitava di assistere a tanta compulsiva attenzione mediatica nei confronti di una faccenda francamente ridicola dai tempi del caso Lewinsky.

Troppo, per i miei poveri gusti.

La scomunica televisiva imposta da Masi (che in realtà somiglia di più a una squalifica di una giornata: in Italia, gira e rigira, si torna sempre al sistema calcio) era ed è, in sostanza, una misura insulsa.

Un po’ come gli strali di chi inveisce contro i cani perché la fanno per strada. Casomai bisognerebbe prendersela coi padroni, maleducati, che non raccolgono. Anzi, che in alcuni casi (e questo ci sembra uno di quelli), accolgono le funzioni fisiologiche dei loro cuccioli con la compiacenza che riserverebbero alle prime parole proferite dai figli.

Insomma, non ce la si può prendere troppo con Vauro perché ’sporca’. Vauro, si sa, è quello che è. Uno che a 18 anni dal crollo dell’Unione Sovietica continua a chiamare San Pietroburgo col nome di “Leningrado”, merita un applauso divertito.

Per lui valgono le parole di Fulvio Abbate (cfr. “Sul conformismo di sinistra”) per descrivere gli appartenenti al Partito Marxista-Leninista Italiano:

“ Esistono circostanze umane nelle quali il conformismo è così immensamente simile al più gigantesco e ingombrante dei mammut da mostrare qualcosa di meraviglioso, di lunare, un prodotto dell’acido lisergico sulle cellule della mente umana, più noto al grande pubblico come Lsd. È il caso di certi maoisti sopravvissuti a tutto, perfino a sé stessi. ”

Vauro è un conformista inconsapevole. Gioca all’ Allegro Comunista. Alla fin fine, si potrebbe dire che sia un innocente.

Santoro un po’ meno. Lui gioca all’Allegro Demiurgo.

Paradigmi dell’autocontraddizione

aprile 9th, 2009 by andcat
Duemilacinquecento caratteri. Massimo trecentocinquanta parole.
Ci stiamo un po’ stretti (siamo logorroici). Ma proviamo. Non si sa mai.
Non siamo di fermi propositi. Più recente fioretto tradito: non parlare del terremoto in Abruzzo.
Motivo: ne parlano già in tanti. Pure troppi. Eppure qualcosa (come sempre) capita e i voti si spezzano.
Capita, per esempio, di leggere su Repubblica un pezzo di Giovanni Valentini. Mirabile figura di editorialista organico. Titolo: “Le colpe del malpaese”. In apertura di suddetto articolo Valentini, molto opportunamente, suggerisce che:

“ È doveroso ora far fronte all’emergenza, soccorrere le vittime, assistere i sopravvissuti, ripristinare al più presto condizioni di vita normali e dignitose per tutti. Ed è senz’altro opportuno accantonare per il momento qualsiasi polemica contingente, per concentrare gli sforzi in un impegno comune di solidarietà. “

Se non ché, tre capoversi più in basso, tradisce i suoi stessi intenti e ci ricorda che:

“ Fuori oggi da una sterile polemica politica, non si può fare a meno tuttavia di registrare l’enorme distanza - propriamente culturale - fra un approccio di questo genere e il cosiddetto “piano-casa” recentemente varato dal governo di centrodestra…”

Saremo noi, ma non ci sembra che il brano citato si collochi idealmente al di fuori di ogni “sterile polemica politica”. Se questo era l’intento, anzi, si è fatto un buco nell’acqua. Appariscente, peraltro. Il “piano-casa” ora come ora ci interessa poco. Ci interessa molto, invece, notare che in questa circostanza si poteva evitare di tirarlo in ballo.
Almeno se si voleva tener fede agli intenti espressi poco prima, e badare a ciò che adesso è necessario: soccorrere, assistere, ripristinare.
Almeno se non si voleva far la figura di quelli che si arrogano il diritto plenario al biasimo degli altrui comportamenti, ipotecando inopinatamente espressioni come l’ormai celebre “si strumentalizza il dramma”.

Almeno se non si voleva tradire lo spirito evangelico del “chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra”.
Almeno se si voleva conservare quel po’ di considerazione di cui ancora si godeva.
L’abbiamo già detto: tradiamo i nostri voti. Parrebbe che siamo in buona compagnia.