Nell’Africa Sub Sahariana 26 milioni di persone vivono ogni giorno il dramma dell’AIDS, vittime due volte, del virus e dello stigma che lo impregna. Sono più del 60% di tutta la popolazione e più dei tre quarti delle donne. Vittime impegnate in una lotta di cui ancora non si vede la fine, che non sembra diminuire negli anni e che si propaga sulla spinta di fame e miseria. Le cause principali della diffusione dell’HIV nel continente africano riguardano il difficile accesso alle informazioni, le misere condizioni di vita, le difficoltà economiche e la malnutrizione.I mmagini, suoni e parole per comprendere meglio le dimensioni del problema Un evento, forse insolito, per raccontare l’AIDS e un progetto di solidarieta, attraverso un métissage espressivo fatto di cronaca, cinema, teatro e narrazione.
MATU, la docu-fiction di Luca Mariani e Cactus, prodotta dal COSV, racconta la storia di un dodicenne africano la cui vita è stata minacciata dal terribile virus dell’Aids. Con un gioco di storie ad incastri e i toni di una fiaba, racconta, a ritmo di rap, l’incontro di Matu e Davide, un italiano giunto in Africa per affari. Un concentrato di storie di vita e speranza, per presentare la realtà di un futuro senza HIV reso possibile, per la comunità di Muranga grazie ad un progetto del COSV, finanziato dal Ministero degli Affari Esteri e dalla regione Lombardia.
SLUM, lo spettacolo teatrale adattato per l’occasione da Milvia Marigliano, straordinaria interprete oltre che autrice, accompagnata dai ritmi pop-tribali del gruppo calabro-bolognese del Parto delle Nuvole Pesanti. Dagli “slum”, non-luoghi dove la vita scorre in un fragile equilibrio tra violenza, degrado e povertà, parte Myrna, migrante in fuga verso un domani che forse non arriverà mai.
Saranno inoltre presenti Jadiel Gatama, direttore di Slico, associazione keniota che si occupa di lotta alla povertà e supporto allo sviluppo sociale nel distretto di Muranga, e Irene Kamau, direttrice di Anjk, l’associazione di Nairobi che lavora attivamente negli Slum.
L’appuntamento, fissato per il 29 settembre presso la “Sala Giorgio Gaber”della Regione Lombardia, nel Grattacielo Pirelli, piazza Duca d’Aosta 3, Milano, è organizzato da Cosv-Solidarietà Italiana nel Mondo, con il contributo di Regione Lombardia, in collaborazione con CoLomba - COoperazione LOMBArdia e l’Osservatorio Italiano sull’azione globale contro l’AIDS – ONG italiane
Dopo 26 anni di assenza dalle scene musicali italiane, torna ad esibirsi nel nostro paese il grande Charles Aznavour. L’artista francese di origine armena, infatti, terrà una serie di concerti in prestigiosi teatri, interrompendo così un’attesa (da parte del pubblico italiano) che dura dal lontano 1983. Organizzato dalla società Concerti e Produzioni, il tour italiano di Charles Aznavour avrà inizio il 30 ottobre al Teatro Regio di Parma, per poi toccare l’1 novembre il Teatro Comunale di Firenze, il 3 novembre il Teatro degli Arcimboldi di Milano, il 4 novembre l’Auditorium Parco della Musica di Roma (presso la Sala Santa Cecilia, nell’ambito della rassegna “Santa Cecilia It’s Wonderful” organizzata dall’Accademia Nazionale di Santa Cecilia), e il 6 novembre il Teatro Politeama di Catanzaro. La prevendita dei biglietti avrà inizio a partire da domani in tutti i circuiti di ticketing e nei punti abituali. Il tour si arricchirà di altre date entro la metà di novembre, per informazioni: www.concertieproduzioni.it (tra pochi giorni sarà online anche il sito www.aznavour.it). Cantante, cantautore e attore cinematografico francese di origine armena, Charles Aznavour (pseudonimo di Shahnour Vaghinagh Aznavourian) nasce a Parigi il 22 maggio 1924. Noto con il soprannome di Charles Aznavoice, ma anche detto il “Frank Sinatra della Francia“, canta in sei lingue e si è esibito in molte parti del mondo. Ha dato lustro alla Francia ed è stato insignito della Legion d’Onore. È ambasciatore dell’Armenia in Svizzera dal 12 febbraio 2009. I suoi genitori (immigrati di origine armena) lo inserirono nel mondo teatrale parigino in giovanissima età. Iniziò infatti all’età di nove anni già con il nome d’arte di Aznavour. Il suo colpo di fortuna lo ebbe quando fu scoperto da Édith Piaf che lo portò in tournée in Francia e negli Stati Uniti. La maggior parte delle sue canzoni parlano d’amore e nella sua lunga carriera ne ha scritte oltre 1000. Il fatto che canti in sei lingue (francese, inglese, italiano, spagnolo, tedesco e russo) gli ha consentito di cantare in tutto il mondo divenendo subito famosissimo. Ha cantato alla Carnegie Hall ed in tutti i maggiori teatri del mondo; ha duettato con star internazionali del calibro di Liza Minnelli, Compay Segundo, Céline Dion. In Italia ha collaborato con due delle maggiori interpreti della musica leggera: Iva Zanicchi e Mia Martini. Gli anni Settanta sono il periodo di maggiore successo per Aznavour, soprattutto nel Regno Unito, dove arriva al primo posto in classifica. Nel 1988 scrive insieme al cognato e co-autore Georges Garvarentz “Pour toi Armenie”, un brano dedicato alle vittime del terremoto in Armenia: la canzone rimane ai vertici delle classifiche per tredici settimane. Molte sue produzioni sono state interpretate da grandi della canzone mondiale: da Fred Astaire a Bing Crosby passando per Ray Charles e Liza Minnelli.
Non ci sarà nessun ultimo tour. Non ci sarà nessun concerto-evento alla o2 Arena di Londra. Non ci sarà nemmeno nessun nuovo disco e nessuna nuova canzone. Michael Jackson è morto nella tarda serata italiana, all’età di 50 anni, colpito da un arresto cardiaco avuto nel pomeriggio mentre si trovava nella propria villa di Holmby Hills: immediata la corsa all’ospedale, lo Ucla Medical center di los Angeles, dove però nulla è stato possibile per salvare la vita al cantante. Già all’arrivo dell’ambulanza, chiamata d’urgenza da uno dei componenti del suo staff, l’autore di Thriller aveva smesso di respirare. A dare la notizia era stato per primo il sito americano tmz.com, ripreso poi da tutti i media statunitensi. La prima a recarsi all’ospedale è stata una delle sorelle di Michael, La Toya Jackson. Michael lascia tre figli Michael Joseph Jackson, Jr., Paris Michael Katherine Jackson and Prince “Blanket” Michael Jackson II, oltre a centinaia di migliaia (più probabilmente milioni) di fans.
E’ stato il sottosegretario Alfredo Mantica, presidente della Commissione nazionale per la promozione della cultura italiana all’estero del ministero per gli Affari esteri a conferire la Medaglia d’oro della lingua e della cultura italiana all’etoile internazionale della danza Roberto Bolle. La cerimonia di consegna è avvenuta la scorsa settimana a Firenze, presso l’Accademia della Crusca, a Villa Medicea di Castello. Istituita nel 2003, la Medaglia d’oro vuole essere un riconoscimento per le personalità che si sono particolarmente distinte nel diffondere l’italianità nel mondo. In passato è stata assegnata a Papa Giovanni Paolo II, Ennio Morricone, Giorgio Vittadini, Franco Zeffirelli e Giorgio Albertazzi. La cerimonia si è tenuta nell’ambito delle manifestazioni del Genio Fiorentino, che ospita la terza edizione della ”Piazza delle Lingue”, realizzata dall’Accademia della Crusca quest’anno in collaborazione con l’Ambasciata di Svizzera in Italia, la Rai e il Teatro della Pergola di Firenze. Roberto Bolle, il più famoso danzatore classico italiano, ambasciatore della cultura italiana nel mondo, primo ballerino del Teatro alla Scala di Milano, ha danzato con il Royal Ballet, il Balletto nazionale Canadese, il Balletto di Stoccarda, il Balletto nazionale Finlandese, la Staatsoper di Berlino, il Teatro dell’Opera di Vienna, la Staatsoper di Dresda, Il Teatro dell’Opera di Monaco di Baviera, il Wiesbaden Festival, l’ottavo e il nono Festival internazionale di Balletto a Tokyo, il Tokyo Ballet, l’Opera di Roma, il San Carlo di Napoli, il Teatro comunale di Firenze. “Abbiamo deciso di omaggiare Bolle con un altissimo riconoscimento culturale - ha spiegato Mantica al termine della cerimonia - perché crediamo che la danza sia una delle massime espressioni artistiche attraverso cui l’uomo possa esprimersi. Musica, movimento, sensazioni ed emozioni: in Roberto Bolle vi è la sintesi di tutto questo ed orgogliosamente possiamo dire che è una sintesi interamente italiana”.
È stata, nella buona e nella cattiva sorte, l’eroina del rock britannico degli anni Sessanta, legata indissolubilmente com’era alla storia artistica e privata di Mick Jagger e dei suoi Stones.
Il canto di Paloma
o. Ed ero felice, giocavamo a palla. Poi per colpa della guerra sono dovuto partire per l’Argentina”. Comincia così “Emigranti”, il film documentario diretto e scritto da Marco Ottavio Graziano e Mario Melfi, presentato alla Casa del Cinema. La voce narrante ha il volto di Vincenzo Ciminelli, ottantaquattro anni, emigrato di Amendolara (Calabria), oggi residente a Buenos Aires. Fotogrammi di vita passata e presente si sovrappongono: Vincenzo racconta la sua storia camminando per il paese, mentre accanto a lui si muovono, come ombre, il suo alterego bambino e poi fanciullo (interpretato da Mario Puglia). “Fra noi ragazzi, chi sapeva di dover partire, sembrava aver fretta di divertirsi”. Si cresceva così, all’improvviso, da un giorno all’altro: arrivava la lettera di un padre che richiedeva la presenza del figlio in America e in un attimo la giovinezza era finita, tanto che “le campane suonavano meno allegre”. Le lettere sono un po’ il fil rouge del film. Sembra infatti che gli emigranti, appena partiti, sentissero immediatamente il desiderio di scrivere per mantenere vivo il legame che li univa alla loro terra, alla loro famiglia, al loro mondo. “Vincenzo può essere un nome qualsiasi – ha spiegato il sindaco di Amendolara, Mario Melfi – quella di Vincenzo è la storia di tutta la Calabria, la Liguria, il Piemonte: di tutti gli italiani che sono emigrati”. Gli uomini partivano, in cerca di fortuna e lavoro, le donne rimanevano a casa, aspettando il loro ritorno o di raggiungerli il prima possibile. Le madri avevano così il compito di crescere i figli ricoprendo entrambi i ruoli. Capitava addirittura che i ragazzi non avessero mai visto il padre, partito magari quando loro erano ancora piccoli, così le presentazioni avvenivano una volta giunti a Porto Madero, Rio della Plata, Baires. E poi il viaggio, lungo, estenuante, in condizioni igieniche pessime, affrontando tempeste e fame: “Prima non conoscevo la paura, in quei giorni ne compresi il significato”. Ma dall’oblò ecco l’Argentina e l’animo si affranca: lì c’è la speranza, il futuro, la possibilità di “fare soldi” e tornare finalmente a casa. Eppure, “è stato difficile ricominciare un’altra volta”. Poi la vita scorre: i giorni passano e pian piano non si è più un “Tano” (epiteto dispregiativo con cui gli argentini chiamavano gli italiani), si diventa parte integrante della società, ci si sposa e si mette su famiglia. Nonostante ciò, il pensiero torna sempre al Belpaese: “Quando vado in Italia è come se tornassi a casa”. “Mio nonno mi diceva sempre che dove un albero mette le radici, lì deve crescere e diventare secco. Io sento che le mie radici sono ad Amendolara, nella mia terra, terra di Calabria, terra di emigranti”.
Lui mescola il musicale francese di Paul Valery al sublime volgare di Dante Alighieri, fa risalire l’inglese di Shakespeare addirittura al De Rerum Natura di Lucrezio, passa da Kafka all’amata Yourcenar di Adriano mettendo insieme prosa e poesia in un viaggio alla ricerca della Leggerezza come modo di vivere (e di scrivere), accompagnato dagli appunti di Italo Calvino per le sue lezioni ad Harvard. Ma l’Italia lo premia soprattutto per il modo in cui in sessant’anni di carriera ha saputo promuovere la lingua e la cultura italiana all’estero. E’ stata una vera e propria ‘serata d’onore’, per Giorgio Albertazzi, quella del 24 marzo scorso: tornato al teatro Ghione di Roma con le “Lezioni americane” di Calvino, in scena fino al 5 aprile, che diventano in questa interpretazione un piccolo grande compendio di storia, letteratura, poesia, filosofia, è stato alla fine insignito di una Medaglia d’Oro che, aldilà delle voci su un possibile futuro da senatore a vita, ne fanno già a tutti gli effetti un vero ambasciatore dell’Italia nel mondo. Un riconoscimento, come ha spiegato il sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica, a un artista che è “espressione dell’eccellenza italiana nel mondo, perché Albertazzi è una nostra eccellenza, e per il suo instancabile apporto” nella diffusione della lingua italiana nel mondo. Un apporto che in oltre mezzo secolo Albertazzi ha sviluppato nelle prestigiose tournèe in America Latina accanto ad Anne Proclemer, nelle rappresentazioni delle “Memorie di Adriano”, suo grande cavallo di battaglia, in Spagna, Grecia, Russia, Repubblica Ceca; nel trionfo all’Old Vic di Londra nientemeno con l’Amleto shakespeariano. E lui? Dall’alto di tanti successi, Albertazzi non ha potuto certo schernirsi, accettando il riconoscimento senza modestia ma con la stessa ironia e leggerezza ricercata nello spettacolo diretto da Orlando Forioso (“mai nome potrebbe essere più evocativo”): “E’ un premio toccante – ha detto alla platea – perché si riferisce a qualcosa di autentico: l’aver viaggiato e recitato in italiano in giro per il mondo”. Non a caso Albertazzi era stato anche la voce narrante del documentario di Rai International “La vita, la piazza, il sogno” per l’edizione 2008 della Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, e alle sue letture da Dante era toccato aprire le Olimpiadi di Torino 2006. Ma è ancora in presa diretta, sul palco di un teatro, che il maestro a 86 anni da compiere dà il suo meglio. Con ironia e leggerezza, appunto, perché “ci vuole talento per diventare vecchi senza diventare adulti”: così parlo un giorno Jacques Brel, così sottoscrive oggi Giorgio Albertazzi.